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Medea al tramonto dal 27 al 29 agosto
Un altro monumento femminile del teatro euripideo viene rappresentato a Segesta nella versione di Max Rouquette (1908 – 2005), uno dei maggiori scrittori francesi del Novecento. L’occitano Rouquette si sognava “un teatro per la gente del posto, semplice […] già pronto : la terra, il cielo, le rocce e un ruscello […] secco d’estate”. La sua Médée la voleva “nel suo spirito come questo teatro, pietrosa, brutale, aspra, senza ornamenti, ma talvolta con l’ampiezza del vento, del calore, dell’aria, del cielo, della notte ; sarebbe tuttavia il riflesso e il significato della vita, dei suoi tormenti, delle tempeste, dei sogni e della sofferenza d’ogni uomo, in ogni tempo”. Al teatro naturale della campagna della Linguadoca in cui l’ha concepita l’autore, si ispira l’allestimento di Segesta e la regia di Paola Pace che ci proporrà “una Medea occitana, pietrosa, brutale, come voleva Max Rouquette”. La scena sarà “un campo nomadi, condizione dell’anima, esuli di una cultura, di un paese, di una guerra, ma soprattutto di se stessi. Una compagnia di errabondi…” aggiunge la Pace. Siamo in questo Sud tragico che così spesso evoca Max Rouquette, con il suo “vecchio cammino di sangue e di lacrime”, dove la zingara è allo stesso tempo “figlia di Re” e il cui palazzo è diventato questa “catapecchia senza porta né finestra, aperta al vento che passa”, “casa degli stranieri senza fuoco né luogo, senza fede né legge” (sans foi ni loi).
Con la messa in scena di Segesta è la prima volta in assoluto che il testo viene rappresentato in italiano. La vicenda è nota, il mito si perpetua ancora una volta, rinnovandosi in questa nuova versione firmata da Max Rouquette.
“Sarà una tragedia di vento, di sole calante ; di serpi acciambellate sotto le rocce calde ; di fuochi fatui. di palazzi in fiamme a illuminare senza pudore le nostre tragedie originarie : i bambini come vittime sacrificali, le mogli vecchie abbandonate per le mogli giovani, l’uomo che sacrifica sull’altare del potere il destino della propria prole. Al tempo in cui una donna per amore era disposta a lasciare tutto e commettere qualsiasi nefandezza… Il tempo in cui nasce il conflitto tra natura (Medea) e civiltà (Giasone), conflitto che si incide a caratteri di sangue nella storia degli uomini. Sarà dolore. E morte. E pianto. E malinconia.” (Paola Pace)
La scena si svolge a Corinto, dove vivono Medea, il marito Giasone e i loro due giovani figli. La donna, straniera nella città di Corinto, aveva abbandonato il proprio padre Eeta e la sua terra, la Colchide, per unirsi a Giasone e per aiutarlo, ricorrendo alle arti magiche di cui era dotata, nell’impresa del Vello d’Oro. Dopo dieci anni, però, Creonte, re della città, vuol dare sua figlia Creusa in sposa a Giasone, promettendogli la successione al trono. Giasone accetta e abbandona così la moglie Medea. Vista l’indifferenza di Giasone, che non tiene in nessun conto la disperazione della donna, Medea medita una vendetta tremenda. Fingendosi rassegnata, manda in dono un mantello alla giovane Creusa, la quale, non sapendo che il dono è pieno di veleno, lo indossa per poi morire fra dolori strazianti. Il padre Creonte, accorso in suo aiuto, tocca il mantello e muore anche lui. Ma la vendetta di Medea non finisce qui. Per assicurarsi che Giasone non abbia discendenza, uccide i figli avuti con lui, condannandolo all’infelicità perpetua.
traduzione dall’occitano Giovanni Agresti revisione Angelo Pellegrino
regia Paola Pace
con Paola Pace, Maurizio Spicuzza, Angelo Pellegrino, Marika Pugliatti, Sergio Lo Verde, Simone Pace
coro Valentina Barresi, Esther Castagné, Simona Ferrigno, Gea Gambaro, Daniela Mangiacavallo, Cristina Valveri
e “Trizziridonna” – Barbara Crescimanno, Veronica Racito, Teresa Ferlisi
figli di Medea Ruggiero Pellegrino, Gabriele Crescimanno
organetto e percussioni Antonio Roma
scene Stefano Giglio
costumi Krista Karttunen
foto di scena Fabrizio Altavilla
Associazione Teatrale Vambarapam in collaborazione con Acuna Matata Onlus









